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   Notizia del 11 luglio 2009 ore 08:27 - Visite 2180
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Dvd porno e candele sataniche nella sua casa il set della follia

Su un quaderno scriveva: avere rapporti con tante donne e dominare gli impulsi a breve
Venti giorni fa la separazione dalla fidanzata: "Voleva solo passeggiare alla Caffarella"
Dvd porno e candele sataniche nella sua casa il set della follia
La doppia vita di Luca, tra politica e ossessioni erotiche
di CARLO BONINI


Dvd porno e candele sataniche nella sua casa il set della follia C'E' UN FOGLIO a quadretti che, più di una qualunque confessione, racconta chi è Luca Bianchini. Quale malattia, a 33 anni non ancora compiuti, lo stesse mangiando vivo. Quale furore ne governasse gli impulsi. Poche righe che, quasi fossero un testamento, o un autoscatto della psiche, aveva infilato nel cassetto del comodino della sua stanza da letto comprata all'Ikea. La calligrafia è a tratti incerta. I caratteri stampatello. Si legge: "1. Guarire definitivamente dalla malattia il prima possibile. 2. Essere sereno e libero la sera quando torno a casa. 3. Avere tanti rapporti con donne grandi e stare tranquillo senza impulsi a breve".

Luca Bianchini voleva "guarire". Forse. O, forse, ad aver voglia di guarire era solo il Luca che sapeva di essere malato. Che attraversava la notte con un mephisto e un coltello da cucina nella tasca, sulla sua "Musa" grigia, e prima ancora su una Ford Fiesta di identico colore, a caccia di una preda. Non l'altro Luca. Quello che si diceva e sapeva "guarito". Che ieri mattina, al momento dell'arresto, ha continuato a sfidare gli investigatori a farla pure quella benedetta prova di un Dna che sapeva essere il suo, ma continuava a spergiurare essere di altri. Che abitava una casa da single a Cinecittà. Quaranta metri quadri di un ordine gelido, alle spalle della sede dell'American Express. Un corridoio lungo e stretto su cui affacciano un bagnetto, un cucinotto con balcone, una stanza da letto spoglia e un salone. Senza quadri, senza foto, senza poster. Ingombro di due sole presenze. Due televisori. Uno in salone, l'altro in camera da letto.

Il Luca che la mattina usciva di casa puntuale per timbrare il cartellino di contabile alla "Metropolitane srl.", società privata di manutenzione. Il figlio unico di una famiglia modesta, il "ragazzo" fuori corso iscritto a Giurisprudenza, con una passione per la politica che lo aveva fatto diventare vicesegretario del circolo Pd di Tor Carbone. E che lo faceva litigare con la sua fidanzata, C., almeno fino a quando, venti giorni fa, non si erano lasciati. "Praticamente, non facevamo mai nulla - ha raccontato la ragazza agli investigatori della squadra Mobile - Mi parlava solo di politica. Il massimo era accompagnarlo qualche sera al Parco della Caffarella, dove gli piaceva molto passeggiare in silenzio fumandosi un sigaro".

Quel Luca lì, quello che si muoveva alla luce del sole, sovrappeso e con il passo caracollante, l'ovale rotondo e la calvizie precoce compensata da baffi sottili, credeva di essere guarito da 14 anni. Dal 1997. Quando la bestia che aveva dentro si era manifestata con furia la prima volta e lo aveva convinto a precipitarsi al piano di sotto della casa in cui viveva con i genitori, impugnando un coltello e minacciando la vicina che popolava le sue fantasie. A mostrarle il membro, prima di raggiungerla con un fendente.
Luca Bianchini era stato arrestato, condannato per tentato omicidio e consegnato alle cure e ai farmaci di un Centro di Igiene Mentale.

Non era servito a nulla. Il "Luca di giorno" lo ignorava. Il "Luca di notte" lo sapeva perfettamente. Gli "impulsi a breve" lo avevano riprecipitato in strada. Per colpire, colpire e colpire ancora. Sempre nel perimetro del quartiere in cui non abitava più, ma in cui era cresciuto e che conosceva come le sue tasche. "Almeno 15 volte dal '97 in poi", dicono oggi alla squadra Mobile. "Almeno".

La sua casa di Cinecittà era diventata lo specchio della sua ossessione. Lunghe candele per riti esoterici, fascette di plastica nera con cui annodare i polsi delle vittime. Materiale scaricato da Internet su decine di episodi di violenza sessuale. Sul comodino, il saggio del criminologo Massimo Picozzi sullo studio dei crimini seriali, "Criminal profiling". Nascosto tra i libri di giurisprudenza, un libello dalla copertina gialla, edizioni Olympia press, di Franco Pola, "Ladri di piacere, stupri e violenze su donne".

E poi, la videoteca in cui ora spegnere il desiderio, ora costruire il canovaccio delle sue violenze. Accanto ad "Arancia Meccanica", di Stanley Kubrick, un campionario scelto di "snuff movies": "Stupri gallery", "La violenza dei gatti", "Violentata sulla sabbia", "La belva con il mitra". E "Realmente stuprate". L'ultimo e il più prezioso dei suoi dvd. Uomini con il "mephisto" nero che, accovacciati al riparo di un muro o di una siepe, attendono donne che alla violenza si arrenderanno, provandone piacere. Il format che avrebbe scelto. E che avrebbe offerto, a chi lo inseguiva, il più significativo e inequivocabile dei marker seriali.

Nella sua scissione bipolare, nel format di "Realmente stuprate" che decide di emulare e recitare con furia tra i quartieri Ardeatino e Bufalotta, Luca Bianchini infatti non riesce a nascondere quello che davvero è. E che le vittime delle sue violenze ricordano nitidamente nei loro verbali di testimonianza alla squadra Mobile. Un maschio disturbato che, se non viene costretto a fuggire, avvolge la sua vittima in una premura protettiva quando la sua furia si è spenta e il desiderio sessuale appagato. "Dopo la violenza - racconta una di loro - mi rivestì con delicatezza, tanto da farmi sentire una bambina".

Non è chiaro come Luca Bianchini abbia scelto le sue vittime. Se un qualche criterio che non fosse "l'impulso a breve" ne governasse la furia. La squadra Mobile ci lavorerà, anche per sapere se quel numero - 15 - è destinato o meno a salire. Forse, alla fine, il "Luca di notte" li aiuterà. Il "Luca di giorno", ieri sera, negli uffici della Mobile, continuava a scuotere la testa sconvolto, come se nulla di ciò che lo circondava gli appartenesse. Mentre il padre, 55 anni, qualche stanza più là, aspettava di essere sentito e forse di vedere ancora per una volta quel suo unico figlio che non è mai guarito.



Origine: Repubblica

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